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Il risultato del Referendum è stato secondo me ingiustamente banalizzato. L’affluenza non è per nulla stata importante, si trattava di un referendum costituzionale e il 52,3% dei votanti rappresenta secondo me un fallimento. Il No ha vinto nettamente, ma in alcune regioni e province il SI ha prevalso, e in alcuni casi si è trattato delle aree maggiormente produttive del paese. Di queste differenze è indispensabile tener conto, rappresentano probabilmente una volontà di rinnovamento che deve essere soddisfatta nell’interesse dell’Italia intera. Non saper trarre da eventi di questa levatura le giuste indicazioni se non quelle del si e del no, é un segno evidente di immaturità del sistema politico italiano.
Inizia il suo mandato col botto Livia Turco, proprio lei che anni fa aveva affermato a Porta a porta che una pasticca di ecstasy di per se non faceva male, ora promette più liberta di consumo di cannabis (il Ministro della Salute ha affermato che ridefinerà i quantitativi detenibili di cannabis senza incorrere nello spaccio). Non sono un proibizionista ma mi sento di chiedere più serietà, in quanto è in gioco la salute di migliaia e migliaia di giovani. Ricordo a Livia Turco che il suo ruolo istituzionale come Ministro della salute comporta una grande responsabilità e la invito a informarsi bene, prima di uscire con queste iniziative.
L’assurdità delle affermazioni di Livia Turco sono comprovate anche dal fatto che il commercio di Cannabis è illegale e sarebbe più proficuo regolarizzarlo prima di parlare di innalzare i quantitativi minimi detenibili per consumo personale, che farebbero solo per favorire lo spaccio.
L’uso di Cannabis, al pari dell’alcool toglie lucidità, caratteristica che nella vita e nel lavoro è spesso indispensabile. Non sono proibizionista come ho già detto, credo altresì che sia indispensabile un’approccio al problema più serio, concreto e risolutivo e non con un semplice atto amministrativo.
Alle passate elezioni politiche i votanti avevano abbondantemente superato la soglia dell’80%. Per il Referendum Costituzionale la percentuale si è fermata al 52,3. Non può essere considerato un buon risultato, soprattutto vista l’importanza della Carta Costituzionale. E’ una percentuale bassa che non può lasciare soddisfatti.
Alle 15:00 si sono chiusi i seggi l’affluenza alle urne è stata più alta rispetto a quella del 2001. Dai primi exit poll di SKY TG24, realizzati in collaborazione con l'Istituto Piepoli sembrerebbe che a prevalere sia il NO con il 52% e i SI seguono con il 48%, ancora una volta il Paese sembra spaccato in due, appena avremo notizie più dettagliate le pubblicheremo.
Amarezza e stupore, queste le sensazioni politiche che ci colpiscono in occasione di questo referendum costituzionale. L’amarezza è quella che provano alcuni giovani come noi che credono nella politica e invece la vedono ridotta ad un puro e semplice mercato di voti e poltrone. Stupore invece perché mai ci saremo aspettati comportamenti da dilettanti della politica come quelli che hanno visto la nostra classe politica (destra e sinistra senza differenze) protagonisti di una campagna referendaria priva di argomenti e incentrata esclusivamente sulla rivalità tra i poli.
La politica è una cosa seria, riteniamo che non ci sia più spazio per gli attuali protagonisti, quelli che potremo chiamare : “i protagonisti della politica del nulla”
Assolutamente ridicola l’affluenza alle urne in occasione del referendum costituzionale, alle
Noi di POLITIKAMENTE non abbiamo voluto affrontare nel dettaglio la questione referendum, se non attraverso una piccola parentesi che descriveva l’evanescenza delle motivazioni del NO, che in ogni modo ha suscitato un discreto interesse verso i nostri affezionati frequentatori. La ragione o le ragioni sono diverse. Iniziamo subito dicendo che, secondo noi, per modificare la Costituzione non si deve prescindere da un’ampia maggioranza parlamentare. E’ questo il presupposto fondamentale per evitare che il Paese si possa spaccare sulla legge più importante dello Stato. A tal proposito una tiratina d’orecchio se lo era meritato il centro-sinistra per aver modificato il Titolo V commettendo un gravissimo errore politico il centro-sinistra, ma cosa ancora più grave aveva creato un precedente pericoloso. Chi segue la politica sa bene che i precedenti talvolta sono ben più gravi delle stesse leggi poiché autorizzano i governi successivi ad abusarne, e, in effetti, così è stato. Questi errori noi italiani non vorremmo vedere mai più, l’Italia è di tutti e non certamente di una sola parte o peggio ancora di un solo gruppo politico.
Detto questo, proviamo a capire come, secondo noi, si orienteranno gli italiani e le motivazioni di questa decisione. Sempre secondo noi prevarrà il NO per alcuni significativi motivi: primo, il centro-destra questo referendum in realtà non lo vuole vincere. Lo ha dimostrato dallo scarso impegno nella campagna pro SI, tant’è che in un primo momento Berlusconi lo ha caricato di significato politico, ma poi, aprendo al dialogo con il governo per una successiva modifica bipartizan, lo ha, di fatto, svuotato. Un altro segnale è la data del voto, non solo per l’aspetto squisitamente “balneare”, ma piuttosto perché arriva dopo una serie di chiamate alle urne che oggettivamente ha stancato gli elettori e si è visto dalla scarsa affluenza alle urne per il voto amministrativo. Secondo noi influirà anche la poca passione che hanno messo in campo i vari leader della Cdl, che da un lato, sì, in Parlamento hanno appoggiato e votato la riforma, ma dall’altro probabilmente non se la sentono di vararla da soli. Questo è stato ampiamente colto dal centro-sinistra che a sua volta non sta facendo nessuno sforzo, poiché convinto che a prevalere sarà il NO. Noi di POLITIKAMENTE condanniamo duramente l’atteggiamento della Cdl: il loro è un comportamento irresponsabile perché non si può votare una riforma di tale importanza, istituire un referendum e poi tirarsi indietro e affidare tutto, per quanto matura, alla volontà e alla coscienza dell’elettore italiano. Questa è una chiara dimostrazione che la riforma della Costituzione in realtà serviva a tenere unita la loro maggioranza e nulla più. Inoltre non va sottolineato lo sforzo economico che deve sostenere la collettività per organizzare l’ennesima chiamata alle urne. Ma evidentemente ai nostri politici, impegnati come sono al proprio successo personale, quest’aspetto interessa poco. L’Italia per uscire dal tunnel necessita di una nuova classe dirigente che sia illuminata e lontana dai soliti interessi di bottega, ma soprattutto che abbia a cuore le sorti del Paese. Temo però che l’attuale oligarchia politica, sia essa di destra che di sinistra, farà di tutto per conservare gli attuali privilegi e farà di tutto per impedire il naturale ricambio generazionale lasciando così pochissime possibilità a chi ha le idee e la voglia di migliorare questo vecchio Paese che risponde al nome di Italia!
Ha aumentato i Ministri, ma ora in campagna referendaria il nostro presidente del consiglio propone una futura riduzione dei Parlamentari. Complimenti! E’ il solito sistema della sparate dell’ultimora, uno strumento utile ed efficace per condizionare gli esiti elettorali.
Finalmente ha gettato la maschera sul futuro del Ponte sullo Stretto: «Il progetto Torino-Lione è più urgente rispetto al Ponte di Messina. Siamo con poche lire, occorre quindi individuare le priorità». Sono queste le parole pronunciate dal ministro al ramo Antonio Di Pietro. Le ha dette davanti agli industriali lombardi, dopo il regalo inatteso, hanno risposto prima con un applauso e poi hanno individuato in quale settore saranno impiegati i fondi della Società ponte sullo Stretto: «il Nord deve poter contare su una rete logistica per assolvere alla propria funzione di ponte tra l'Europa e il resto del Paese». Un’altra tassello che conferma la teoria dell’accanimento del governo verso la Sicilia, ma anche verso il sud tutto. Il «ponte» per merci e persone è solo quello del Nord, la Sicilia, invece, che dovrebbe diventare il vero collegamento con i paesi del Mediterraneo, può attendere. Anzi, se lo scordi. «Per l'alta velocità - è sempre Di Pietro che parla - sino a Reggio Calabria ci vogliono da 10 a 15 miliardi di euro. E non li abbiamo». Dunque la strategia del continuo saccheggio delle casse del sud è chiara, ma forse è il caso di dire le cose come stanno per uscire finalmente dall’equivoco: questo governo non ha una progetto per il Sud. E’ stato solo uno specchietto per le allodole per racimolare consensi. Il Sud è destinato a rimanere il solito carrozzone destinato a rimanere fuori da qualsiasi politica di ammodernamento. E dire che noi siciliani abbiamo sempre pensato che era la Lega nord il nostro nemico principale, temo che in tutti questi anni ci siamo sbagliati!
Le riforme sono la prima priorità per il rilancio del Paese, ma ad ostacolarle c’è la sinistra radicale. I comunisti vorrebbero evitare che a farne le spese siano sempre le solite categorie. Ma l’Europa per prima e in secondo la necessità di ammodernare il Paese, le rendono quasi necessarie. Va precisato che in realtà non sempre la condizione economica e sociale dei cittadini vengono migliorate, anzi, a volte sono addirittura peggiorate (vedi riforma Moratti o riforma delle pensioni DINI). Tuttavia per poterle varare, si ha in primo luogo la necessità di una maggioranza solida e decisa in Parlamento, e, in secondo luogo, la condivisione dei cosiddetti poteri forti del Paese. L’attuale governo può contare soprattutto sulla seconda possibilità, molto meno sulla prima. Inoltre a non far dormire sonni tranquilli all’Unione è la risicata maggioranza al Senato peraltro garantita con i voti dei senatori a vita, tra i quali Andreotti. Fare riforme profonde con i voti di questi ultraottantenni, peraltro non votati dal popolo, sarebbe immorale e probabilmente l’opinione pubblica non lo accetterebbe. Per ovviare a ciò, c’è un disegno ben preciso, avallato da Prodi e portato avanti dai suoi fedelissimi, che vede la rottura con Rifondazione Comunista e un successivo accordo con l’Udc, vero e proprio ribaltone. A denunciarlo è l’editoriale di Liberazione di ieri (quotidiano organo del Prc). Dentro Rifondazione, è ovvio, non è che l'idea piaccia molto. Ma il distacco dell'ala sinistra della coalizione si poteva leggere tra le righe già alle prime dichiarazioni di Prodi sulla coalizione. «Bertinotti? Lui ubbidisce», disse il Professore in una puntata di «Porta a porta» prima delle elezioni, suscitando l'astio dei militanti. Fino ad arrivare all'intervista - poi rettificata - di un paio di settimane fa, quando definì Rifondazione e Comunisti Italiani «folklore». Interessante è notare che, se fosse vera la strategia neocentrista delineata da «Liberazione», l'Udc prenderebbe la strada delineata da Tabacci tempo fa: convergere con la Margherita, e fare un terzo polo centrista, riunendo i reduci della Dc. Se ciò fosse confermato, ancora una volta gli elettori sarebbero trattati come un’appendice del potere politico, buoni soli a garantire le poltrone ai potenti e a tenerne le parti a mo’ di un tifoso di calcio. Ovviamente la nuova maggioranza potrebbe contare su forze politiche più propense al riformismo, anche più sfrenato, e si liberebbero definitivamente dalla “zavorra” della sinistra radicale. Una vera e propria vergogna che ci farebbe perdere per l’ennesima volta la faccia nei confronti degli altri stati europei, in questo caso forse qualche norma antiribaltone non sarebbe proprio male!
Ieri ero “ospite” nel blog della nostra amica Klava (se scorrete la colonna dei link trovate il collegamento al suo blog) come accade spesso, tra i commentatori si accendono vere e proprie discussione che nascono ovviamente da un confronto dialettico e da punti di vista (meno male) diversi. Stamattina rileggendolo, mi sono reso conto che quasi quasi poteva diventare un post. Certamente correggendo qualche strafalcione, ma neanche tanto, che si fa quando si commenta a caldo.
Per comprendere meglio le cause della batosta elettorale subita dal centro-sinistra in Sicilia, bisognerebbe analizzare i pensieri di Prodi e le sue strategie politiche proprio nei confronti dell’Isola. Visto che non siamo dotati di poteri divinatori, proviamo invece ad analizzare i fatti: la formazione del suo governo in un primo momento non comprendeva nessun ministro isolano. Tra i primi provvedimenti invece troviamo: il saccheggio dei fondi per la realizzazione del Ponte sullo Stretto; l’aumento dell’Irpef regionale imposto da Roma infischiandosene dello Statuto Speciale; il taglio dei finanziamenti alla sanità isolana e non ultimo il taglio per i collegamenti marittimi con le isole Eolie, penalizzandone fortemente l’economia. Analizzando i provvedimenti adottati verso le altre regioni, si nota subito che nessun’altra ha subito un trattamento esclusivo al pari della Sicilia, non sarà per caso “razzismo politico”? Questo astio nei riguardi dei siciliani è costato caro alla candidata per le regionali, Rita Borsellino. Personaggio stimato dai siciliani, ma appoggiato da una sinistra isolana priva di identità e svuotata di significato, tant’è che ha preso più voti lei della somma dei partiti che la sostenevano. Ma le scelte politiche del governo centrale, fanno urlare allo scandalo gli stessi quotidiani “simpatizzanti” come “La Sicilia”. Infatti, in più occasioni ha denunciato le scelte politiche di Prodi destinate più che altro a punire l’Isola. Appare quasi come una forma di razzismo politico. Il quotidiano usa termini più forti, parla addirittura di odio che si manifesta sotto forma di drastici tagli che potrebbero mettere definitivamente in ginocchio l’economia siciliana. Questa strategia ha riportato in auge modi di dire che avevamo volentieri consegnato alla storia come: “o con me o contro di me”. Evidenziando quel settarismo che continua a caratterizzare il comportamento di terminate figure politiche che invece si professano democratici e tolleranti. Al posto di una politica ostruzionistica sarebbe invece auspicabile che il governo promuovesse al contrario un’azione di valorizzazione del territorio mediante una serie di provvedimenti mirati al rilancio turistico dell’Isola che in questo settore ha un ruolo di primissimo piano.