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Generalmente si ritiene molto ingannevole pensare che il mondo, perlomeno quello conoscibile, sia provvisto di un senso o che la storia proceda verso un fine di salvezza. Alla base della trappola ci sarebbe,sempre secondo costoro,la tradizione giudaico-cristiana che concepisce il tempo non più in senso ciclico,alla maniera degli antichi greci, ma come storia di salvezza. Un simile dolo sarebbe finalmente smascherato da questa nostra epoca, che dopo aver superato le illusioni di senso provenienti prima dalla fede, poi dal progresso scientifico e dalle ideologie di stampo politico,è ormai approdata al riconoscimento del dominio incontrastato della tecnica, la quale non tende ad uno scopo che non sia il proprio autopotenziamento, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità, non promuove un senso, semplicemente “funziona”, e siccome il suo funzionamento deve diventare planetario, esso subordina a sé tutti gli scopi: dove trovare allora un luogo in cui un orizzonte di senso sia ancora reperibile? Certo, oggi assistiamo alla frana di tante nostre certezze, al crollo di un consenso sociale omogeneo per il credo della nostra Chiesa accusata di aver fallito in alcune esperienze e percorsi ecclesiali. A mio giudizio, un fallimento non è una catastrofe. Inoltre, quali sarebbero il senso e il prezzo di una tale meditazione? Questa impressione di annientamento,di vuoto totale,che ossessiona profondamente noi viventi? Dobbiamo davvero rassegnarci alle deprimenti parole di Th. Owen? <<La vita non gli era mai sembrata più idiota e più vana. Che cosa sarebbe rimasto di lui, dei frutti del suo lavoro e della sua opera quando avesse finito di vivere? Chi avrebbe ancora pensato a lui, chi citato il suo nome, chi si sarebbe più ricordato del suo viso, del suono della sua voce,del colore dei suoi occhi?Che assurdità questa lotta ch’egli aveva condotto, dimenticando di vivere per se stesso.>>(Cèrèmonial nocturne et autres contes insolites).
Eppure Gesù,al termine del discorso della montagna (Matteo 7,24-27) presenta la parabola delle due case,quella costruita sulla sabbia e quella sulla roccia, come impulso permanente alla costruzione del Regno ( del “senso “secondo me). Invero il verbo ebraico della fede, l’amen, indica appunto l’ ”appoggiarsi” su una roccia stabile. La casa sulla roccia non è qualcosa di stabilito una volta per tutte, di ciclico,di deterministico.E’ invece un’istanza che spinge a continuare il lavoro, a sperimentare la concretezza della Parola e la sua dinamicità. E’ un cantiere aperto a mille possibilità dove le persone imparano ad affrontare le diverse stagioni del tempo in cui vivono e ad essere veramente “pragmatiche” nei confronti della Parola del Vangelo. E’ in questa visione della storia e del mondo che ,a mio avviso, deve trovar posto la tecnica.